The Golden Bridge - Arshad incontra Veeresh

Questo articolo di Arshad è in realtà il capitolo di un libro che raccoglie scritti di diversi amici di Veeresh, che raccontano episodi particolari vissuti con lui. Ad Arshad fu chiesto di scrivere uno di questi capitoli nel 2004, che qui è pubblicato integralmente.
Copy: autore, Humaniversity

THE GOLDEN BRIDGE
Arshad incontra Veeresh
  
In quel momento tutto, dal canto degli uccelli al mio respiro, sembrava essersi fermato di colpo, come sospeso in attesa di un giudizio razionale che potesse orientarmi. Ero assolutamente consapevole di quella inaccettabile immobilità, di ogni battito del mio cuore, del panorama che si affacciava alla finestra dietro di me in quella giornata dove l’inverno entrava nella terra di nessuno al confine con la primavera. Ma non ero piombato al centro del mio essere trovando la pace seduto sotto un albero ad occhi chiusi, no; piuttosto c’ero finito all’improvviso, totalmente ignaro, come colui che, guidando spensierato, dietro una curva scorge un tir arrivare contromano pestando sul potente clacson. Un tuffo nella pancia, il pensiero che corre velocissimo a cercare una via di fuga, o almeno una ragione, i piedi freddi e il corpo paralizzato.
Di fronte a me, più o meno nelle stesse condizioni di estrema sorpresa, era seduto Veeresh, ancora proteso in avanti su quella poltrona ove era balzato tuonando, la bocca rimasta aperta e lo sguardo fisso sull’impianto hi-fi, quasi che questi potesse spiegargli cosa stava succedendo.
Quindi entrambi chiudemmo gli occhi, e ci lasciammo andare alla voce di Osho.
 
Già da qualche anno, grazie all’amore e all’amicizia di Pujarin e di Siddhakam, ero stato invitato a registrare i tapes che Veeresh creava per ogni suo gruppo quando veniva nella Comune di Gautama. Si trattava di un’esperienza molto particolare e della quale mi ritenevo fortunato ogni volta che si ripeteva; minimo quattro giorni vissuti nel centro del ciclone, il cui occhio, Veeresh, mandava avanti il gruppo (ovviamente una maratona), coordinava lo staff, riceveva continuamente amici, e sconvolgeva regolarmente la Comune stessa. Nel frattempo, in quel frattempo che risulta solo da quello stretching del tempo che considera la notte come parte del giorno, venivano prodotti dei tapes nei quali si mixavano brani di buona musica e “rap”, ovvero tappeti sonori sui quali Veeresh registrava la sua voce profonda, con testi inerenti l’argomento del gruppo e che scriveva al momento.
Era un lavoro molto stretto nei tempi, quasi impossibile: bisognava scegliere la musica, iniziare a registrare, portare a compimento i 60-90 minuti del master, quindi registrare le copie. Si lavorava ovviamente senza possibilità di sbagliare: quando questo accadeva (e accadeva) bisognava ritornare indietro con la registrazione fino al primo punto di stacco, di silenzio, ovvero dove non c’erano mix, e rifare daccapo il tutto.
Dunque, da qualche tempo avevo il privilegio di occuparmi di questo incarico quando Veeresh era in Italia; avevo la competenza tecnica, avendo lavorato in radio e discoteca da tantissimi anni, e godevo di questa straordinaria posizione che mi permetteva di essere continuamente in quel flusso turbinante d’energia che accade nei gruppi, di comprendere molte cose preziose per lavorare con la gente, per coordinare e far crescere uno staff, e per crescere io stesso, ogni volta. Una posizione di osservazione, più protetta dal coinvolgimento diretto che non altre: insomma, mi andava benissimo.
Passavo più tempo di chiunque altro con lui, in quei giorni: ero sempre in quella stanza, l’”office” di Gautama, un accogliente salottino dalle proprietà elastiche contrarie alle leggi della fisica: l’ho visto contenere più persone di quante oserebbe immaginarne il più spregiudicato urbanista giapponese, per poi svuotarsi improvvisamente di nuovo. Sì, con Veeresh succedeva questo, e ancora accade. E quando si svuotava, si rimaneva in pochi, molto spesso soltanto Veeresh, Siddhakam e me; tra tutti e tre, non siamo dei gran chiacchieroni, e si potevano passare lunghissimi momenti in cui era il silenzio l’argomento che condividevamo, un silenzio fatto d’intesa e sincronicità, mentre la musica continuava a fare il suo lavoro. Veeresh, al tempo, non aveva ancora iniziato a dipingere, per cui quel silenzio non era accompagnato da nessuna azione tranne il rimanere seduti. Mano a mano prendevo confidenza con tutto ciò, dopo tante notti passate in quel salotto, a volte tornando a casa a dormire, a volte non essendo neppure in grado di fare quei cinque minuti in auto e lasciando il corpo crollare sul divano di pelle finchè non venivo svegliato dall’aspirapolvere del set-up mattutino. E mano a mano la stessa struttura di Gautama prendeva fiducia in me, quindi sempre più venivo anche lasciato solo con Veeresh, per quei lunghi momenti di silenzio in cui –avevo notato- non tutti sembravano sentirsi sempre a proprio agio.
 
Quel giorno stavo andando da casa mia a Gautama dove avrei dovuto iniziare a registrare, e mi venne incontro una mia amica, Marga, mentre ero già salito in macchina.
Lei, dietro il cui corpo minuto e occhioni azzurri si nasconde una streghetta sogghignante, mi raggiunse con la sua aria decisa e, porgendomi dal finestrino un audio-tape trasparente e con le scritte scolorite come solo in India riescono a stampare, mi dice:
“Per caso ho ascoltato questo stanotte, e c’è un brano dove Osho parla di Veeresh; ho pensato di portartelo, potresti farglielo ascoltare, credo gli farebbe piacere.”
La ringraziai, e prima di ficcare il tape nella mia valigetta, le chiesi prosaicamente se sapeva da che lato si trovasse il brano, e se il nastro fosse già stato posizionato sul punto giusto. Ma, conoscendola, già nel formulare la domanda sapevo la risposta, che infatti fu un sorridente:
“Come?”

Così, mi trovai nell’ufficio di Gautama con un tape dove a un certo punto imprecisato Osho parlava di Veeresh, e dovevo cercarmi il tempo per trovare quel punto su un nastro indiano di quelli così lunghi che ci potresti fasciare una mummia.
Non era un’impresa facile, ma mi ci tuffai: decisi di far girare il nastro in loop su uno dei lettori che arrivava al mixer, con il volume a zero, in modo da poterlo sempre ascoltare in cuffia con il preascolto ogni volta in cui potevo, sperando prima o poi, per caso, di beccare il punto giusto.
Una volta che l’avessi trovato, allora avrei orgogliosamente detto a Veeresh che avevo da fargli sentire un brano dove il Maestro parlava di lui.
Però erano già passate molte ore, e ormai mi poggiavo la cuffia di sbieco sulla testa, un orecchio sul preascolto e l’altro alla registrazione, senza più troppa convinzione.
Ora, stavamo registrando uno dei suoi rap; la cuffia era su tutti e due gli orecchi, per ascoltare la sua voce al microfono e la musica, e avevo dunque escluso il preascolto del discorso di Osho.
Tutto stava filando liscio, Veeresh aveva appena detto l’ultima battuta del suo testo e, con un gesto di sollievo tipico da sala di registrazione, alzai il pollice verso di lui, contemporaneamente abbassando il volume del suo microfono, quindi alzando lievemente quello del sottofondo musicale e infine portando la cuffia al collo, a significare che la tensione era finita, anche questo pezzo era fatto!
Fu a quel punto che accadde: la mia mano sinistra di colpo, come in un breve ed autoconclusivo attacco di Parkinson, sollevò di netto l’audio del tape di Osho. Non mi ero ancora reso conto di cosa fosse accaduto, per me era stato una specie di spasmo e non certo un movimento volontario. E poi avevo metodo: con la sinistra abbasso e con la destra alzo, da anni, come un riflesso condizionato. Non avrei mai alzato un volume con la sinistra, e non avrei mai alzato nessun volume ora, in piena registrazione!
Prima che riuscissi a pensare a tutto questo, e prima ancora di realizzare e abbassare il volume, era già troppo tardi: una frazione di secondo dopo la voce di Osho entrò come una spada nel burro, netta e chiara sulla coda del brano che scemava, esclamando allegramente:
 
“Here is my Veeresh!”
Ed ecco che lui balzò in avanti dalla poltrona, tuonando con una voce come non avevo mai sentito prima, neanche nelle sue più intense strutture di encounter che pure erano una leggenda:
“Where did you get this stuff, man?!!!”
Rimasi dunque congelato per un istante di quelli molto lunghi, mentre il mio cervello correva da tutte le parti: dove ho preso questa roba, cosa ho fatto, cosa succede a Veeresh, oddìo adesso si incazza di brutto, non posso più abbassare il volume, la registrazione sarà da rifare, adesso che Osho fa una pausa fermo tutto, chiedo a Veeresh, è meglio di no, e centinaia di altre variabili sul tema.
Poi, Osho riprese a parlare, rimbombando nel silenzio più assoluto, e non ci rimase altro, con mio sollievo, che chiudere gli occhi.
 
“Quando lui viene qui –riprendeva più o meno Osho, così come lo ricordo- non ci tiene a farsi vedere, a farmi sapere che è arrivato. Si mette sempre in ultima fila, nascosto dietro a una colonna, e mi guarda da lontano cercando di non farsi vedere. Ma io lo so già che lui è arrivato –risate dell’Auditorium dell’Ashram-, e me ne accorgo. Lui pensa di passare inosservato, ma non è così; e se ne sta nascosto, e quando mi guarda i suoi occhi si riempiono di lacrime. Lui pensa che io ho tanto da fare, che c’è tanta gente, e non vuole disturbarmi; gli basta vedermi da lontano, e poi torna in Europa dalla sua gente –ancora risate-, a prendersi cura dei miei sannyasin. Ed è per questo che io lo amo così tanto, e che è uno dei miei migliori terapisti...” 
 
Ispirato da quella che mi pareva essere un’ottima conclusione e approfittando di una pausa di Osho, ripresi in mano la situazione, abbassai il volume del tape a zero e fermai la registrazione, con gesti timidi, quasi reverenziali.
Contemporaneamente, Veeresh esplose in un pianto a dirotto, disperato, così totale come solo i bambini sembrano essere capaci; altrettanto totale della sua precedente esclamazione che mi aveva raggelato, stavolta mi fuse.
Tra i singhiozzi e le lacrime, riuscii a capire che diceva, rivolto al Maestro che aveva lasciato il corpo già da qualche anno:
“I miss him so much! I miss him so much...”, ma quasi non riusciva a parlare.
Per un attimo pensai di andargli vicino, abbracciarlo o fare altro, ma la tangibile presenza di Osho, che già con le sue parole si era imposta nella stanza, affondò ancora più profondamente nel burro del mio essere, e mi fece cogliere che il semplice stare presente a quel momento prezioso, il semplice ascoltare l’eco di quell’amore incredibile dentro il mio cuore, era il magnifico regalo cui non potevo sottrarmi.
Lacrime caldissime scorrevano anche sul mio viso, e un dolore palpitante si affacciava per essere guarito: “Maestro, ho preso il sannyas e per anni non sono venuto a vederti in India, ora tu hai lasciato il corpo e io non ti ho mai incontrato fisicamente.” Fino a quel momento me l’ero raccontata: il fatto che seppi della morte di Osho in Italia, quando non ero mai andato a trovarlo benchè fossi suo discepolo già da tre anni, fu per me doloroso, ma cercai di non farmi un senso di colpa, dicendomi che era andata così, che andava bene lo stesso, si vede che non dovevo incontrarlo. Ma, fino ad allora, avevo evitato di sentire davvero quel dolore, così grande, così umano, perchè avevo anche evitato di sentire l’enormità del suo amore.
E piansi ancora, chiedendogli perdono dentro di me, chiedendo perdono a me stesso. Scaricai così un peso che portavo da tempo, e quando ci riprendemmo, dopo un po’, quando tutta la stanza mi sembrava più luminosa, allora mi sentii più leggero. Mi sentii in qualche modo più sannyasin, più libero e più degno di esserlo. E immensamente fortunato.
Poi entrò qualcuno, portava notizie del gruppo, e in un attimo Veeresh era pronto, attento, già altrettanto totalmente da un’altra parte.
 
E’ passato molto tempo da quella prima volta in cui la voce di Osho venne mixata con la musica, per “incidente”; e come allora mi sento immensamente fortunato ogni volta che incontro Veeresh, quando lo invito qui, nella Comune creata con i miei amici. Il primo anno che venne alla Osho Circle School, dalla Humaniversity inviarono questo testo per la pagina del programma che riguardava il gruppo che Veeresh avrebbe tenuto da noi. Il testo finì sul mio computer prima di passare alla grafica, e lessi:
Osho parla di Veeresh:
 
“Proprio l’altro giorno ho detto alcune parole su uno dei miei più sinceri, onesti ed autentici terapisti, Veeresh. Ora, nell’entrare, l’ho visto di nuovo. Stava piangendo come un fanciullo, con gioia totale. Queste lacrime sono la mia creazione. Trasformeranno molti che verranno in contatto con lui. Con le sue lacrime ha creato un ponte tra il suo cuore ed il mio, il suo essere ed il mio essere. Lui è uno di quei lavoratori silenziosi che continua a fare senza ostentare.” Osho, da “Satyam, Shivam, Sunderam”, cap. 30, 21 nov. 1987
 
Era un discorso forse tenuto pochi giorni dopo quello che avevamo registrato anni prima, a cui sembrava facesse riferimento. Quelle lacrime, Maestro, quelle lacrime! Ecco cos’erano: un ponte tra il tuo cuore e il mio.
“Trasformeranno molti che verranno in contatto con lui.”
Santo cielo, quanti! Ed ecco come, ecco perché: il suo cuore è un ponte per il Maestro, un ponte dorato.
Rilessi più volte quella frase, e tornai indietro all’incerta primavera in cui ne assaggiai il senso. Quindi, mi guardai attorno allora, con la School che nasceva e i sogni che si realizzavano, e piansi di gioia e gratitudine, verso il Maestro e verso quell’uomo meraviglioso con il quale in passato avevo pensato di avere un rapporto straordinario, mentre ora sapevo di avere un rapporto meraviglioso: quello con un uomo straordinario.

_photo 1: Poone, by Muni
_photo 3: Osho Circle School, 2005

_ENGLISH VERSION