La Meditazione, questa sconosciuta

Un articolo di Arshad sulla meditazione, apparso nel 1997 su due magazine nazionali (New Age Music and Sound - Essere).
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LA MEDITAZIONE, QUESTA SCONOSCIUTA
di Arshad
Moscogiuri
 
Meditation CampEnergia, vibrazioni, feeling, autostima, ecc... Sono molte, ormai, le parole che hanno arricchito il lessico che usiamo e che hanno un sapore prettamente acquariano. Chi si interessa di ricerca interiore, chi lavora su di se', sul proprio corpo, chiunque si sia avvicinato a tecniche e pratiche di rilassamento, catarsi, purificazione, ha inglobato nel proprio vocabolario questi e altri termini che, fino a pochi anni fa, o non venivano usati oppure avevano un significato differente. Come spesso càpita coi neologismi, non sempre la parola che usiamo corrisponde, nella nostra interpretazione, al suo significato originario. Questo è d'altronde ovvio: se in una lingua non esiste un vocabolo atto ad indicare una determinata cosa, vuole implicitamente dire che in quella cultura quel qualcosa non esisteva, fino ad allora. In alcuni popoli tribali non si conosceva, prima dell'arrivo dell'uomo bianco, il significato dei termini corrispondenti a rimorso, pentimento, colpa. Neanche a dirlo, questo fu interpretato come sintomo di assoluta inciviltà, per combattere la quale ogni genere di crimine contro l'umanità è stato giustificato. Senza spingerci molto lontano, pur se gli antesignani furono i Beach Boys (“Good Vibration”), fino a prima del successo della reggae music in inglese e dunque nelle lingue occidentali il termine "vibrazione" stava ad indicare soltanto un fenomeno della fisica; "Rastaman vibration" di Bob Marley ha aperto la breccia culturale verso l'attenzione alle nostre stesse vibrazioni interiori, ed oggi il termine vibrazione, spesso addirittura abbreviato in "vibra" (“vibe” in inglese), è assolutamente corrente. 
Malgrado ciò, il linguaggio non è che un affannato tentativo di comunicare ciò che non nasce come parola, è una traduzione, un'interfaccia tra noi e gli altri, e come tale confinato entro limiti a volte angusti. E, in questi casi, i termini che usiamo per tradurne altri possono risultare totalmente inadeguati, in particolar modo se le culture dalle quali attingiamo sono radicalmente diverse dalla nostra. 
 
MEDITATE, GENTE, MEDITATE ! 
Potenza della pubblicità: ve lo ricordate Renzo Arbore con la sua birra? Ebbene, in fondo ha usato le stesse parole del Buddha, di Lao Tzu, di Osho. Solo che il significato non è esattamente lo stesso, ferma restando la personale simpatia per il popolare showman foggiano. 
Fatto sta che in principio era Dhyana. Ma andiamo con ordine. 
Il termine sanscrito, ovvero la lingua dotta dell'antica India, per indicare ciò che da noi è meditazione, è Dhyana. Quando i discepoli del Buddha si mossero verso il Nord, in Cina il termine divenne Ch'an e questa parola, più tardi, in Giappone fu trasformata in Zen. Dhyana, Ch'an, Zen. Tutti e tre i termini avevano ancora lo stesso significato: la mente si è fermata. Non-mente, assoluto silenzio di pensieri, pura consapevolezza. Quando rimane solo il testimone, quando l'attenzione è risvegliata su colui il quale pensa, e non sullo schermo dei pensieri stessi in continuo movimento. Questo l'insegnamento dei mistici, e a questo tendono tutte le tecniche di consapevolezza. Ma in Occidente non c'era e in sostanza non c'è ancora un termine adatto ne', tantomeno, la supposizione che uno stato di non-mente fosse non solo possibile ma auspicabile. Noi siamo i figli della logica Aristotelica e di Cartesio, di "cogito ergo sum", penso quindi esisto. Per la nostra cultura l'assenza di pensiero o di mente equivale alla morte. La nostra cultura, la nostra società, ognuno di noi è profondamente identificato con la propria mente: una parola come Dhyana non aveva assolutamente nessuna ragione di esistere. Ne' alcuna possibilità di essere spiegata. 
 
UN SIMPATICO TRIO 
C'erano solo tre parole a disposizione che sembrava in qualche modo potessero avvicinarsi a questo misterioso termine: fu scelta meditazione, la quale però è tuttora un sinonimo di concentrazione. Ma era la meno peggiore tra le tre: concentrazione, contemplazione, meditazione. 
Nella concentrazione la mente è focalizzata su un oggetto, e solo su quello. Tanto più è acuto è l'angolo di focalizzazione, tanto maggiore è la concentrazione. Noi ci concentriamo su qualcosa, qualcuno; se non ci fosse un oggetto della concentrazione, questa non potrebbe esistere. Provate a concentrarvi sul nulla: la questione si fa interessante… 
Con la contemplazione il pensiero allarga il suo angolo di focalizzazione, pur sempre sull'oggetto, ma così tanto che questo diviene in pratica un soggetto; pensare all'oggetto dell'attenzione da ogni suo possibile aspetto, fluidamente, linearmente, è la contemplazione. Oppure questa diventa poetica, romantica, una proiezione del sentimento che l’oggetto contemplato fa nascere in noi, cercando in pratica di valutare le ragioni, i motivi, di tali sentimenti: un fiore talmente bello che…, con quei suoi petali, quel suo profumo, quei colori…ci si perde nell’oggetto della contemplazione fintanto che questo diventa protagonista più importante rispetto allo stesso soggettivo sentire. 
Meditazione, secondo l'accezione corrente, significa invece pensare profondamente all'oggetto, al problema, ad ogni sua possibile implicazione, sviluppo, potenzialità, correlazione; spesso il termine meditazione è un sinonimo di ponderazione. Significa pensarci due volte, bene e a fondo. 
Insomma, non c'è nel linguaggio occidentale un termine adatto al significato di Dhyana, e questo è quantomeno sintomatico. Indica decine di secoli della nostra storia, la nostra attitudine di fondo.

IL SOLE E LA LUNA 
Oriente ed Occidente hanno avuto una storia molto diversa neglli ultimi due-tremila anni. Scienza, tecnica, progresso, conquista di nuove terre e addirittura nuovi pianeti sono state prerogative perseguite dalla nostra cultura, con i loro lati positivi, innegabili, e quelli negativi, altrettanto innegabili. Mentre in Oriente le tradizioni religiose e soprattutto l'approccio spirituale alla vita non sono mai venuti a mancare, altrettanto non si può dire rispetto al livello di dignità delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. Lo stato sociale si è intorpidito, lo sforzo per migliorare la qualità della vita ha lasciato il posto ad una rassegnazione che, di spirituale, ormai ha solo le scuse. Da noi, il misticismo è stato osteggiato con ogni mezzo, arrivando a genocidi e stragi inquisitorie. Fondamentalmente l'umanità, nel suo percorso di crescita, ha passato una specie di fase adolescenziale, fatta di estremismi insensati. Ma mi sa che stiamo crescendo, e un'incontro tra Sole e Luna, tra Oriente e Occidente, tra maschile e femminile, è davvero necessario. Su alcuni piani questo sta già avvenendo, ma siamo ancora alla superficie. Infatti a portare la tecnologia nei paesi del Sol Levante ci stanno già pensando le leggi di mercato, e un certo tipo di fusione culturale è già in atto. Ma non arriverà a Dhyana, anzi, forse rischia di allontanare dal suo significato anche chi era più pronto a comprenderlo. E per capire il significato di meditazione, bisogna viverlo. Anche in sanscrito dhyana non è che una parola, e come tale non può portare con se' l'esatto sapore di ciò che vuole intendere. Dhyana significa non-mente: come si può parlare di assenza di mente alla mente? L'unica è provare in prima persona. Ma come si fa a sperimentare la non-mente? Suppongo che la ricerca spirituale parta proprio da qui. 
 
TECNICHE DI MEDITAZIONE 
La domanda di come far comprendere e, soprattutto, sperimentare dhyana, se la sono posta un po' tutti gli Illuminati, i Maestri che sono comparsi sino ad ora. Ed è per questo che invece di starsene comodamente seduti sotto un albero a godersi l'estasi dell’esistenza si sono arrovellati a creare centinaia di espedienti. Questi espedienti si chiamano tecniche, meditazioni, o vengono indicati con altri nomi. Alcuni sono adatti a noi, cioè all'uomo attuale, con il suo incredibile bagaglio di informazioni e con un'attività mentale irrefrenata, altri invece non lo sono, poiché escogitati per altri tipi di culture, di ere. Se non abbiamo mai lavorato su noi stessi, non ci gioverà molto salire sulla cima di un monte per sederci a gambe incrociate; ci porteremmo inevitabilmente dietro tutti i nostri pensieri, affanni, ansie e nevrosi cui siamo solitamente abituati. In realtà occorrono delle tecniche studiate per avere a che fare con esseri umani mentalmente molto evoluti, ma altrettanto repressi nelle emozioni, bombardati nell'inconscio, lontani dal proprio centro. Tecniche che possono anche essere dinamiche, catartiche, con lo scopo di liberare e ripulire i canali dove la nostra energia vitale fluisce. Ma la tecnica non è la meditazione, ovvero non è Dhyana. E' un mezzo per arrivarci, questo sì. Proprio come la storia Zen del dito che indica la Luna: se ti fermi al dito, perdi la Luna. Vale la pena di provare, di sperimentare la non-mente, intraprendere la ricerca. E’ tempo di passare dal “cogito ergo sum” ad “amo ergo sum”, “sento ergo sum”, “sum ergo sum”, e infine “non sum, ergo sum”! 
Sarebbe ora di creare un po' di equilibrio tra i nostri due emisferi, siano questi quelli planetari, quelli cerebrali o quellli sessuali, gli uni specchi degli altri. E questo genere di equilibrio è soggettivo: nel senso che è responsabilità di ognuno di noi, per se stesso e per gli altri. Non basteranno le leggi di mercato a cambiare il mondo in cui viviamo, giacchè questo è fatto (anche) di esseri umani; riconoscere la responsabilità personale della crescita significa diventare liberi di crescere, smettendo di imputare ad altro o altri i nostri disagi o future liberazioni. 
 
E’ come se a diciotto anni ti regalassero un’auto, ma tu non hai mai guidato in vita tua; potrai cambiare marca e modello, ma se non inizi ad imparare con l’esperienza personale, farai felice soltanto il tuo carrozziere.