Le Separazioni Fondamentali

Questo articolo di Arshad è stato pubblicato su Osho Times italiano nel 2009.
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LE SEPARAZIONI FONDAMENTALI
articolo di Arshad Moscogiuri

Sannyas significa lasciar andare l’idea di separazione dall’esistenza. Proprio l’idea che siamo separati e’ il nostro problema. Non lo siamo, ma viviamo radicati in questa idea che siamo separati.
Osho, “The Last Testament”, vol. 4, 1985 
 
“Tutto qui! Sembra facile...” –mi sono detto ascoltando Osho – “... basta lasciar andare l’idea di essere separati ed è fatta.” Mi trovavo banalmente d’accordo. 
Ma come si fa a lasciar andare un’idea? Non basta mica sostituirla con un’altra, magari opposta: non funziona. Si passa da un’illusione ad una diversa. Non si realizza nulla, al massimo si crede in qualcosa. E poi, cos’è l’esistenza? In termini assoluti non saprei; in termini assolutamente relativi, la riporto a tre semplici parametri: noi stessi, gli altri, e tutto l’ambiente intorno –ovvero questo pianeta e il cosmo. La triangolazione di questi fattori pare produca il fantastico ologramma che riconosciamo come esistenza. “Forse, se queste tre condizioni si fondessero in una unica, allora non ci sarebbe separazione.” Uno e trino, l’avevo già sentita –mi dicevo pensando a tutto questo, ignaro di vivere separato in casa. 
 
Già, perchè se filosoficamente potevo vagheggiare sui fini ultimi del creato, praticamente iniziavo invece a fare i conti con le separazioni che mi trovavo dentro, e che non mi trovavano affatto concorde. Ebbi così modo di scoprire che non erano i tre aspetti dell’esistenza ad essere divisi tra loro, ma io ad essere diviso da ognuno dei tre. Insomma, il punto non era abbattere i muri di un trilocale per fare un salone, ma che vivevo in casa separato da ognuna delle stanze. Mi ritrovai in cantina, a cominciare dal basso: avevo preso il Sannyas. 
 
Deve essere compreso, che le cose che ti rendono separato sono sempre dolorose. 
Osho, “Zarathustra: the Laughing Prophet”, cap. 12, 1987 
 
Nel 1985 Osho rilascia un’intervista sulla terapia, nella quale sottolinea tre paure fondamentali, comuni a tutti, che emergono quando si rimette a posto la propria cantina. La paura della pazzia, dell’orgasmo o estasi, e quella della morte. I suoi insegnamenti sulle tre paure sono un vero pilastro su cui poggiano ricercatori, insegnanti e terapisti. 
Così, come iniziai ad incontrare le mie paure, iniziai anche a fare i conti con le mie separazioni. Il gioco era lo stesso: mi separo da ciò che mi fa paura, e temo ciò che credo possa farmi male. Se ci spaventa, ce ne allontaniamo; può essere l’ignoto, o quel che crediamo possa darci dolore –fisico, emozionale, psicologico che sia. Dolore-paura-separazione; il triangolo filosofico stava diventando esistenziale. 
 
L’essere stesso è inquinato. L’inquinamento nell’atmosfera non ne è la fonte – la fonte è da qualche parte nell’essere dell’uomo. Quando il nostro essere è inquinato, soltanto allora iniziamo a inquinare la natura, non viceversa.
Osho, “Darshan Diaries”, cap. 6, 1978 
 
Un insieme di persone accumula immondizia nella propria casa, fuma e brucia scorie a finestre chiuse, spreca l’acqua e la sporca, maltratta gli animali, saccheggia le provviste senza curarsi di quelle future e lascia quattro quinti degli abitanti tra fame, sete e malattie; taglia le piante, asfalta il giardino, tiene sul comodino tanto esplosivo da far saltare l’intero quartiere... Che stanno facendo a loro stessi, alle persone, alla casa? Direi che sono impazziti, o meglio che stanno riflettendo fuori quella paura che dentro li rende tanto separati dal proprio ambiente, dagli altri e da sé. Direi che siamo noi. 
Viviamo tutti una profonda separazione da Madre Terra; un allontanamento doloroso le cui conseguenze non sono solo ambientali, ma interiori. Dalle nostre case alle città, tutto ciò che ci siamo costruiti intorno ci separa dal suolo del pianeta, per tutta la durata della vita ed oltre. Il contatto con la terra non è questione teorica: metafisicamente, è essenziale per il sistema umano. 

Dal punto di vista energetico funzioniamo come tubi: l’energia del sopra (cielo, sole, cosmo) dal chakra superiore fluisce a quello inferiore, e da questo alla terra. Qui, l’energia è trasformata, pulita, rinfrescata, quindi restituita per il percorso inverso al cielo. Come le cozze filtrano l’acqua degli oceani, altrettanto noi contribuiamo a filtrare le energie per il pianeta. Siamo cozze cosmiche. Accade anche sul piano fisico: cibo-digestione-restituzione; ciò che è dato alla terra diventa concime, poi a sua volta cibo e così via. La terra, grande alchimista, trasforma tutto: addirittura il carbone sarà diamante, un giorno. Il corretto funzionamento del circuito di alimentazione ci rende sani. Viceversa, se il canale attraverso il quale il cibo digerito torna alla terra dovesse chiudersi, non saremmo sani. Metafisicamente, questo è il punto. 
Quando proviamo paura, il primo chakra si restringe, fornendo così un surplus di energia al cervello e al corpo: è uno stratagemma di sopravvivenza, grazie al quale in situazioni di pericolo abbiamo immediatamente disponibile energia fisica e mentale per riuscire a cavarcela. Per questo, quando ad esempio schiviamo un incidente, accade un’incredibile prontezza sul momento e poi, poco dopo, iniziamo a tremare. Quell’energia in più ha bisogno di essere rilasciata. 
Ma, nel mondo attuale, il terrore è usato come mezzo di comunicazione di massa, e la paura diventa uno stile di vita. Paure generali (terrorismo, guerre, pandemie, recessione economica...) si propagandano sovrapposte a quelle individuali (lavoro, casa, assistenza sanitaria, pensione...). Intanto, il pianeta langue sotto i nostri occhi: inquinamento atmosferico, effetto serra e le sue conseguenze radioattive e climatiche, scellerato uso delle energie planetarie, sovrappopolamento, risorse idriche e di cibo –e così via. Il mondo che abbiamo creato spinge l’inconscio collettivo in uno stato di sopravvivenza indotto, congeniale solo al potere sociale. Costantemente, anche in assenza di reale pericolo, il sistema è in allarme emergenza. L’energia in più, non ripulita, va alla testa e da qui, non potendo essere trattenuta, si rilascia nell’inconscio incasinandoci la vita. Come dire, viviamo tutti con il... primo chakra stretto. Questo ostacola il rinnovo naturale dell’energia, il suo flusso viene frenato, non si rigenera nello scambio con la terra ne’ in quello con il prossimo. Ne consegue un continuo stato di non-rilassamento, una restrizione della coscienza cui il nostro intero sistema si è adattato, complicando il naturale contatto con il sé. 
 
Finora l’uomo è vissuto in maniera molto schizofrenica. La ragione per cui è divenuto diviso non è difficile da comprendere.
Osho, “Theologia Mystica”, cap. 1, 1980 
 
Tutto ciò crea dentro di noi profonde separazioni: dalla natura, dagli altri e da noi stessi. Tre separazioni principali, riconducibili alle paure fondamentali indicate da Osho (pazzia, orgasmo e morte). Creiamo le nostre separazioni sulla base di tali paure. 
Riducendo le distanze, cioè guarendo le separazioni, le paure iniziano a sfumare come buio di fronte alla luce. Luce che illumina la cantina, dove compaiono né spettri né mostri, ma solo scatoloni di vecchie ferite, valigie di condizionamenti e cultura, bauli di inconscio. Tutta quell’eredità di milioni di anni che ci crea così come siamo oggi. Diventarne coscienti e responsabili ce ne libera, rende autentici. 
Occorre solo praticare ed approfondire relazioni consapevoli con la natura, con gli altri e con sé. 
Ricongiungerci in un contatto sacro con Madre Terra. 
Circondarci di rapporti di amicizia, amore e verità per aprirci. 
Meditazione e ricerca per riportarci dentro. 
Il risultato: un semplice essere umano naturale, spontaneo e vitale nel suo relazionarsi a sé stesso, agli altri e a questo pianeta. 
 
“Tutto qui...” –mi dico oggi. Con il Sannyas non c’è da cambiare idea, è sufficiente cambiare vita. 
 
Anche i tuoi vecchi schemi sono falsi; anche loro spariranno. Se il let-go è completo, ti lascerà nel tuo sé naturale, nel tuo essere autentico. (…) Così essere originali e naturali è la cosa più importante per un viaggiatore sul cammino.
Osho, “Light on the Path”, cap. 32, 1986