A WHITER SHADE OF BROTHERHOOD


Un articolo di Arshad sul Sannyas e le Comuni di Osho, richiesto da Osho Viha Magazine (Stati Uniti e Canada) e pubblicato nel febbraio 2013, qui nella versione italiana.
La riproduzione totale o parziale del contenuto è consentita previa citazione delle fonti (Osho Viha Magazine) e dell'autore

A WHITER SHADE OF BROTHERHOOD
(Una più bianca tonalità di fratellanza)
 
                                                                                                by Arshad Moscogiuri
 
Più di 400 persone entusiaste già prima di iniziare l'evento.
Chiesi loro di dividersi in gruppi: quelli che erano sannyasin da prima che Osho lasciasse il corpo, quelli che lo sono diventati dopo, e quelli che non erano sannyasin.
In fondo alla sala c'erano circa 50 persone, i vecchi sannyasin. Davanti a loro almeno il triplo, i nuovi. La metà della sala era invece composta da non-sannyasin.

Ho ripetuto questo esperimento più volte, durante Festival ed eventi, e la proporzione si è sempre mantenuta costante, confermando empiricamente quanto osservo da quel gennaio 1990 in cui Osho ha lasciato questa vita: il numero dei sannyasin è aumentato nel tempo, come da lui previsto.
Non che fosse un profeta, probabilmente dal suo punto di vista l'aumento dei discepoli è una semplice deduzione.
Ma se i sannyasin aumentano, qual'è il punto di riferimento per il sogno di Osho?
Certamente il Maestro ha lasciato una massa enorme di discorsi, tecniche di meditazione rivoluzionarie, potenti processi di crescita individuale, e tutto questo continua a trasformare migliaia di persone.
Eppure sono convinto che, se i sannyasin fossero gente triste, seria e rigida, il numero dei nuovi discepoli sarebbe molto più basso, perchè quel sapore particolare e indefinibile che li contraddistingue non sarebbe percepibile. E' proprio la trasmissione di quel sapore, di quel profumo, di quella strana luce, di quegli abbracci e di quel calore ad arrivare dritta al cuore come musica. Il sannyas è una trasmissione empatica. Passa attraverso ogni sannyasin, ogni abbraccio, ogni sorriso.
Così si moltiplica, grazie ad agenti più o meno consapevoli in giro per il mondo.
"Guardate dietro di voi" - dissi ai 150 nuovi sannyasin nel mezzo della sala. "E' anche grazie a quelle 50 persone lì dietro che vi siete innamorati del Maestro. Sono stati loro a contagiarvi, a farvi assaggiare il sapore del sannyas."
"In quanto a voi" rivolgendomi alla maggioranza delle persone non-sannyasin "...il fatto stesso che siete qui dimostra che il sannyas non è una setta; è un movimento che, oltre due decenni dopo la scomparsa del Maestro, è vivo, aperto e vitale."
I 50 vecchi sannyasin avevano gli occhi lucidi di fronte al loro lineaggio. "Noi" - dissi loro "...abbiamo il dono di una grande responsabilità: mantenere viva questa fragranza, trasmetterla ai nuovi così che a loro volta possano trasmetterla ad altri. Abbiamo la responsabilità di continuare a trasformare le nostre vite e di offrire ad altri la possibilità di fare lo stesso."
 
Dunque, cosa rimane del sogno di Osho?
L'Ashram di Pune?
Ritengo che questo, ventitre anni dopo quel gennaio, sia una delle espressioni possibili, niente di più.
Altri centri nel mondo? No, vale quanto sopra.
Qualche successore del Maestro? Da escludere decisamente.
La mia risposta a questa domanda è semplice e tremenda: il sogno di Osho sei tu.
Più diventi te stesso, più sviluppi la tua individualità e creatività, più lo stai realizzando.
Allo stesso modo, più gente assieme fa lo stesso, più il sogno di Osho è vivo.
Il punto non è vedere cosa sia rimasto di quel sogno; è viverlo, poiché è appena iniziato.
Non serve un punto di riferimento istituzionale, ne basta uno spirituale.
Non c'è un successore del Maestro, ma la sua visione è viva più che mai perchè distribuita tra migliaia di sannyasin, ognuno dei quali reca una qualità individuale, porta una sfumatura diversa all'arcobaleno.
Non occorre un centro che sia la madre di tutti i centri. Sono preferibili centinaia di centri, punti di riferimento creati da portatori sani di questo sogno che si riuniscono.
Servono laboratori per la trasformazione attiva dell'individuo sparsi ovunque, luoghi che offrano la possibilità di meditare, lavorare su di sé, crescere e gioire assieme agli altri.

Abbiamo la responsabilità individuale e collettiva di essere il sogno di Osho.
Sebbene la responsabilità individuale sia alla portata di ognuno, è ancora possibile l'aggregazione in una società di rapporti frammentati come quella in cui viviamo? E' attuale l'idea di vita collettiva nelle comuni?
Creare, vivere e mantenere una Comune non è un'impresa da poco, ed esistono molte altre preziose possibilità di stare assieme, dai centri cittadini che propongono meditazioni, corsi e incontri, ai med mob, riunioni di amici, co-housing...
Ma l'aggregazione resta un bene indispensabile, in particolare per un ricercatore, e le comuni sono i luoghi dove questo bene può essere sperimentato più profondamente che altrove.
Vivo in Italia, paese dove il sannyas ha una lunga storia. E' qui che nel 2000, assieme a un gruppo di amici, abbiamo fondato una grande Comune, Centro di Meditazione, Scuola di ricerca interiore. Perchè? Perchè volevamo vivere una diversa qualità della vita, che l'amicizia non fosse utopia e avere rapporti umani veri ed evolutivi; volevamo un luogo dove meditare, divertirci e crescere assieme, per trasformare le nostre separazioni da noi stessi, dagli altri e dalla natura.
E offrire queste stesse possibilità ad altri, ospitare corsi, training, formazioni professionali.
Abbiamo riunito i colori della ricerca in un arcobaleno, diverse visioni del lavoro di Osho,invitando terapisti e group-leader molto differenti tra loro, ognuno dei quali arricchisce in maniera unica la fragranza del Maestro.
In questi tredici anni sono passate di qui migliaia di persone, da ogni parte del mondo. La percentuale di non-italiani è andata aumentando, oggi arriva al 40-50%.
La Osho Circle School è una struttura che richiede molto impegno. Cinque ettari di bosco, una grande casa principale, undici cottages, piscina, parco, tre sale di meditazione, sale sessioni, camere degli ospiti, sala ristorante, due bar, pizzeria...
Il numero dei residenti, studenti e cooperator varia con le stagioni, va da un massimo di 50 persone a un minimo di 15. Con ospiti e partecipanti ai corsi, arriviamo fino a un centinaio, numero che nei Festival può anche raddoppiare.
La maggior parte delle persone viene qui per gruppi; altre per provare l'esperienza della vita in una comune di Osho, e rimangono un periodo come Cooperator. Altre scelgono di essere Student, prendendo parte a un programma di crescita oltre che alla vita comunitaria.
Arrivano anche ospiti per una vacanza-meditazione, per godere del sole e della piscina, delle meditazioni e delle sessioni individuali. Il loro numero tende a crescere, man mano che il nome Osho che troneggia sull'insegna di ingresso spaventa di meno i non-sannyasin.
Sono molti i giovani, ma c'è gente di tutte le età e di ogni ceto sociale che cerca un luogo dove potersi divertire, contattare la natura, rilassarsi, fare un bagno, mangiare una pizza, ballare fino a notte fonda, conoscere nuovi amici, godere di concerti, teatro, arte.
La School un bellissimo posto, offre molte opportunità... basterebbe questo a capire perchè arrivano qui in tanti.
Eppure, dopo tutti questi anni, so bene che il motivo vero è un altro.
Tutti costoro vengono "alla Comune": un'entità apparentemente astratta, ma in realtà un organismo complesso, composto da ognuna delle persone presenti in quel momento, dall'ultimo arrivato al fondatore.
Vengono perchè possono empaticamente percepire quell'energia, quella fragranza, quel sapore del quale parlavamo all'inizio, perchè attraverso ogni singolo individuo intravedono bagliori di quell'arcobaleno e sono stimolati a farne parte.
Il mio auspicio è che ognuno di noi possa essere parte di un arcobaleno più grande, ognuno col suo colore, con la sua sfumatura. La diversità è la ricchezza che genera armonia.
Solo due colori non compaiono nell'arcobaleno.
Uno è il nero, che esclude tutti gli altri e li copre di oscurità. Pretende di essere l'unico colore.
L'altro è il bianco, che li raccoglie tutti insieme e ne è il luminoso risultato. Sa che non siamo separati.
Che appaiano dunque centinaia, migliaia di arcobaleni, ovunque i sannyasin creano una qualsiasi forma di aggregazione, una qualsiasi "white brotherhood".
 
"Ora guardate tutte queste persone davanti a voi..." -dissi ai vecchi sannyasin.
 Ma non le distinguevamo; gli occhi pieni di lacrime, ci sentivamo solo grati a Osho per tanta fiducia.